Il panorama politico contemporaneo offre con sconfortante regolarità interventi che riducono la complessità dell’esistenza umana, e in particolare di quella femminile, a formule stereotipate e provinciali. Le recenti affermazioni di Antonio Tajani ne sono l'ennesimo esempio: riflessioni che, spogliate dell'abito istituzionale, si rivelano per ciò che sono, ovvero chiacchiere da osteria. Si tratta di un linguaggio che non è solo profondamente irrispettoso della dignità della donna, giudicata solo dal suo aspetto fisico, ma svilisce l'essenza stessa di ogni sano rapporto di coppia, fondato sul principio filosofico fondamentale dell'autodeterminazione.
L'autodeterminazione come dovere esistenziale e imperativo etico
In una relazione matura e paritaria, ciascun individuo ha il diritto-dovere, verso sé stesso e verso l’altro, di compiere le proprie scelte in totale libertà, assumendosene in prima persona la responsabilità che va comunque bilanciata dalle ricadute che delle scelte sbagliate possono avere sul benessere familiare, la filosofa esistenzialista Simone de Beauvoir scriveva:
«Il principio dell'amore autentico è fondato sul reciproco riconoscimento di due libertà; ognuno dei due amanti si prova allora come se stesso e come l'altro».
L'amore non è possesso né confinamento in un ruolo prestabilito, ma il cammino congiunto di due soggetti sovrani e quando la politica pretende di tracciare i confini dei doveri morali di una donna all'interno delle mura domestiche, compie un atto di prevaricazione ideologica che cancella l'autonomia dell'individuo, violando questa autonomia, si calpesta il celebre imperativo categorico di Immanuel Kant, il quale ricordava che l'essere umano va trattato sempre come un fine in se stesso e mai semplicemente come un mezzo per scopi altrui – siano essi le comodità domestiche o i desideri del partner. Questo ritorno a una visione arcaica si inserisce perfettamente in quel quadro concettuale che Vannacci ha teorizzato ed esaltato sotto il nome di «patriarcato mediterraneo», una formula pseudo-antropologica che tenta di nobilitare culturalmente quella che è, a tutti gli effetti, una rigida gerarchia di sottomissione. Ma di fronte a questa deriva, il dato più rumoroso è il silenzio complice della Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in quanto prima donna a guidare il governo del Paese, avrebbe il dovere morale e politico di presentare le proprie ferme rimostranze, il suo mutismo non è neutrale: è una validazione tacita di una visione del mondo che penalizza le donne, dimostrando come l'appartenenza di genere, se priva di una coscienza politica della liberazione, possa trasformarsi in uno specchietto per le allodole.
I fantasmi del passato: dalla propaganda fascista ai modelli limitanti
Le radici di questa retorica affondano in un passato cupo, già la propaganda fascistaimpose un controllo ferreo sul corpo e sul ruolo della donna: il regime proibiva di mostrare immagini di donne troppo avvenenti, libere o emancipate, preferendo figure femminili più modeste e rassicuranti per il potere maschile. Si costruiva così il mito della donna sottomessa al capofamiglia, destinata per tutta la vita a svolgere il lavoro – fondamentale, ma mai socialmente riconosciuto né retribuito – di moglie, madre e donna di casa, ed è un grave errore storico e filosofico definire questi modelli come «tradizionali», quasi a voler dare loro una parvenza di sacralità e naturalità quando sono, in realtà, modelli limitanti, gabbie sociali costruite ad arte per perpetuare un rapporto di subordinazione economica e psicologica, la custodia del focolare domestico e la cura dello spazio comune infatti non sono inclinazioni biologiche femminili, ma responsabilità pratiche ed etiche che devono essere ugualmente ripartite tra ogni membro adulto della famiglia e persino dal punto di vista della teologia e della dottrina sociale della Chiesa, il tentativo di relegare la donna al solo spazio domestico a scapito della sua realizzazione sociale è stato ampiamente superato.
Nella sua storica Lettera alle donne del 1995, Papa Giovanni Paolo II scriveva parole inequivocabili di gratitudine e di rivendicazione paritaria:
«Grazie a te, donna-lavoratrice, impegnata in tutti gli ambiti della vita sociale, economica, culturale, artistica, politica... per l'indispensabile contributo che dai all'elaborazione di una cultura capace di coniugare ragione e sentimento».
Wojtyła aggiungeva un monito che suona come una condanna diretta della retorica reazionaria, chiedendo con forza l'uguaglianza dei diritti e «l'equità in tutto ciò che concerne il rapporto tra i coniugi».
Educare al futuro: la Genesi e l'alleanza paritaria
L'educazione delle giovani generazioni deve ripartire dalla decostruzione di questi stereotipi, operando anche un recupero critico dei testi fondativi della nostra cultura, persino nella Genesi, un testo nato in una società eminentemente e strutturalmente maschilista, la donna viene presentata originariamente come un «aiuto simile» all'uomo (in ebraico ʿēzer kənegedō). Questa espressione, spesso tradotta male e strumentalizzata dalle letture patriarcali, non indica affatto una serva o una figura subordinata. Nella letteratura biblica, il termine ʿēzer è lo stesso usato per il soccorso divino: denota un «soccorso paritario», un'alleata dello stesso valore, un alter ego speculare ed essenziale, e se già il mito antico, pur calato in un'epoca patriarcale, intravedeva la necessità di una corrispondenza simmetrica e speculare tra i generi, è inaccettabile che la politica del Ventunesimo secolo utilizzi una dialettica regressiva per riportare indietro le lancette della storia.
Scrivere e parlare di questi temi è un dovere di resistenza culturale, significa ricordare che la sfera privata ha anche una valenza politica, e che finché il linguaggio delle istituzioni sarà impregnato di paternalismo da osteria, la strada verso una società autenticamente libre – dove l'autodeterminazione sia un diritto universale e non un privilegio concesso – sarà ancora drammaticamente in salita.
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