Il quarto di secolo dopo l’11 settembre: il fallimento della geopolitica USA, la lezione di Hannah Arendt e il bullismo social di Trump

Pubblicato il 11 settembre 2026 alle ore 15:33

Il tempo della storia non è mai un semplice flusso lineare; è un setaccio che separa le illusioni dalle dure realtà strutturali, a venticinque anni di distanza dall’11 settembre 2001 ci troviamo a fare i conti con le macerie geopolitiche di quello che era stato battezzato come il "Nuovo Secolo Americano", ma quella che doveva essere una titanica e morale lotta globale al terrorismo si è tramutata nel più grande fallimento strategico della politica estera statunitense e questo vuoto non ha solo frammentato il Medio Oriente, ma ha spianato la strada a una profonda regressione del dibattito pubblico e a leader spacconi ben incarnati da Donald Trump.

 

La hybris occidentale

La risposta dell'amministrazione Bush all'attacco alle Torri Gemelle fu mossa da una profonda hybris (superbia), l'idea che la superpotenza solitaria potesse esportare la democrazia con le armi. Già nel 1951 in Le origini del totalitarismo, Hannah Arendt analizzava come l'imperialismo ottocentesco avesse gettato i semi della distruzione dello Stato di diritto attraverso un'espansione perpetua e l'uso ideologico della forza fuori dai propri confini, la guerra al terrore ha seguito una parabola drammaticamente simile, ovvero la creazione dell'oppresso ideologico a cui esportare la democrazia con i bombardamenti, generando un'instabilità cronica, frammentando il Medio Oriente e alimentando quel risentimento di massa che Arendt indicava come il terreno fertile per i fanatismi, e non meno importante, l'erosione delle libertà interne. La ricerca ossessiva della sicurezza, nata dopo l'undici settembre ha sdoganato lo "stato di eccezione": quando una Nazione democratica usa metodi extra-legali all'esterno del proprio territorio, finisce inevitabilmente per infettare le proprie stesse istituzioni interne, preparando il terreno a populismi autoritari e il collasso definitivo di questa strategia. Il disastroso ritiro dall'Afghanistan nel 2021 (vent'anni dopo l'attentato!) ha dimostrato che una forza militare priva di radici storiche produce solo il caos, ed è proprio nel caos e nel disorientamento delle masse che attecchisce la propaganda più radicale.

Il bullismo digitale di Trump e la "banalità" delle spacconate sui social

Nel vuoto politico e morale lasciato dal fallimento del globalismo liberale si è inserito Donald Trump, la sua figura non risponde più all'idea dell’America come patria della libertà e della democrazia, ma a una forma di bullismo mediatico, una vera mutazione antropologica della politica americana che si consuma sugli schermi degli smartphone, in particolare attraverso Truth Social e X, dove Trump lancia quotidianamente le sue tesi più bizzarre: dalle minacce atomiche all'Iran (l'ennesima guerra iniziata solo per spartirsi il bottino con il compagno di merende Netanyahu) alla proposta di "comprare la Groenlandia", fino alle bizzarre teorie complottiste sui brogli elettorali e sui migranti. Le sue bufale, pubblicate quotidianamente sulle sue piattaforme social non sono semplici stravaganze, ma rappresentano un attacco premeditato alla realtà anticipato proprio da Anna Arendt, che ne La banalità del male (1963), descriveva ante litteram la moderna propaganda social:

"Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l'uomo per il quale la distinzione tra realtà e finzione, tra vero e falso, non esiste più".

Il costante bombardamento di fake news, insulti ai rivali definiti "deboli" (come il Papa) o "corrotti" e soluzioni geopolitiche strampalate persegue un obiettivo preciso: annullare la complessità del reale, il bullismo politico di Trump si nutre proprio di questa semplificazione dove la complessità storica viene azzerata e sostituita da una narrazione tribale fondata sul binomio amico/nemico dove il leader si propone come l'unico e insindacabile dispensatore di una verità alternativa.

L'eterogenesi dei fini: 2001-2026

A venticinque anni dall'11 settembre la lezione che si deve necessariamente trarre è quella di un fallimento: Gli Stati Uniti volevano blindare la propria sicurezza ed esportare la democrazia, ma un quarto di secolo dopo si ritrovano con una democrazia interna erosa dalla polarizzazione, da regimi totalitari ancora più feroci, e dal rischio concreto di nuove azioni terroristiche, dove la logica del "più forte" e dell'insulto social ha sostituito il diritto e il dibattito razionale, e il pericolo per la libertà non si presenta sempre con il volto truce dei vecchi dittatori del Novecento, ma spesso volte si nasconde dietro la banalità di un feed social, nella superficialità di una massa che ha rinunciato a pensare e nell'illusione che un bullo digitale possa risolvere le complessità della storia con un post.

Aggiungi commento

Commenti

Non ci sono ancora commenti.