Il 7 ottobre 2023 ha rappresentato uno dei momenti più drammatici della storia contemporanea del Medio Oriente, l'attacco condotto da Hamas contro Israele, con il suo tragico bilancio di vittime e ostaggi, ha provocato una risposta eccessiva da parte dell'IDF, che ben lungi dal combattere il terrorismo, ha deciso di sostenere la campagna espansionista americana nella Striscia di Gaza provocando gravissime conseguenze umanitarie, politiche e diplomatiche che alimentano il pericolo di nuovi attacchi terroristi e del sentimento antisemita, e a distanza di tre anni non si vede ancora la fine del conflitto.
La ricorrenza del terzo anniversario dei tragici eventi del 7 ottobre 2023 impone una seria riflessione su una crisi che affonda le proprie radici in quasi ottant'anni di tensioni ininterrotte, un lungo percorso storico iniziato ufficialmente con il piano di spartizione delle Nazioni Unite del 1947 e la successiva nascita dello Stato di Israele nel 1948 (la risoluzione 104 nell'ONU che prevedeva due popoli e due stati), eventi che segnarono l'inizio della prima guerra arabo-israeliana e il dramma della nakbah (sciagura) per la popolazione palestinese.
Nel corso dei decenni successivi, il conflitto ha vissuto momenti di svolta epocali come la Guerra dei Sei Giorni del 1967, che ha dato il via all'occupazione militare della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, e le successive rivolte popolari note come Intifada (guerra delle pietre), intervallate da fragili tentativi di dialogo che purtroppo non sono mai riusciti a condurre a una pace duratura. Il punto più alto e speranzoso di questo cammino fu indubbiamente toccato nei primi anni Novanta con gli Accordi di Oslo, quando il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin scelse il coraggio del compromesso territoriale e pagò questa visione con la vita stessa, assassinato nel 1995 da un estremista nazionalista ebraico; quel sacrificio, che sembrava dover tracciare la strada per la convivenza, appare oggi drammaticamente vanificato da una leadership attuale che ha sistematicamente smantellato le basi istituzionali e territoriali necessarie alla nascita di uno Stato palestinese.
Nessuno intende mettere in discussione il fondamentale diritto all'esistenza dello Stato di Israele, ma questo riconoscimento non può diventare uno scudo per giustificare le scelte di Benjamin Netanyahu che oggi è accusato da un numero sempre crescenti di osservatori internazionali di condurre un'azione militare sproporzionata ed efferata che assume i tratti di un vero e proprio genocidio, una strategia che viene portata avanti anche strumentalizzando la memoria della Shoah e le persecuzioni che il popolo ebraico ha affrontato nel corso dei secoli al solo fine di mantenere il proprio potere personale e spartirsi il bottino di guerra con alleati storici come Donald Trump.
È fondamentale tuttavia evitare generalizzazioni frettolose e comprendere che le colpe di questa gestione non possono essere attribuite all'intero popolo d'Israele o agli ebrei in generale, che non sempre sostengono la scellerata politica di Netanyahu il quale è sempre più isolato e raccoglie sempre meno consensi all'interno del suo stesso Paese, dove larghi settori della società civile manifestano costantemente contro di lui e lo accusano di alimentare il terrorismo internazionale e una pericolosa nuova ondata di antisemitismo.
La realtà sociale e politica israeliana è infatti estremamente variegata e il movimento sionista non è affatto un blocco monolitico dominato dalle frange estremiste dei coloni, tanto che una parte sempre più cospicua della popolazione, inclusi molti esponenti del mondo ultraortodosso degli haredim (i timorati di Dio) che storicamente hanno un rapporto complesso con l'idea di uno Stato laico, si è resa conto del fallimento di questa scellerata guerra di aggressione e accetterebbe volentieri il principio del compromesso e la storica formula dei "due popoli, due stati" pur di garantire una sicurezza reale e una convivenza pacifica.
Davanti a questo scenario così complesso e doloroso anche la comunità internazionale resta divisa ed impotente, in Italia ad esempio il governo ha tentato di imporre un controverso disegno di legge contro l'antisemitismo che dimostra ancora una volta una profonda ignoranza storica, confondendo volutamente l'antisemitismo, che è il deprecabile odio razziale contro gli ebrei, con la legittima critica ad un'ideologia e alle scelte concrete di un governo genocida.
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