A ottocento anni esatti dal suo transito, avvenuto la sera del 3 ottobre 1226 alla Porziuncola di Assisi, la figura di san Francesco d'Assisi rischia ancora di subire una metodica e rassicurante mistificazione, per secoli la cultura di massa ha cercato di addomesticarlo, riducendolo a un fraticello sdolcinato che parla con gli animali o, in tempi più recenti, a una sorta di ecologista radical chic ante litteram, ma il Poverello non è mai stato una figura da salotto, né l'icona di un'armonia panteistica da cartolina. Come ammonì severamente Papa Francesco in occasione del suo viaggio ad Assisi, la pace francescana non è un sentimento sdolcinato e quel san Francesco resta, a otto secoli dalla morte, la figura profondamente scomoda di un profeta radicale che spalanca gli occhi dell'Italia e dell'Occidente su ciò che la coscienza contemporanea fa di tutto per non vedere: la provocazione di Madonna Povertà, la crudezza di Sorella Morte e lo scandalo profetico di un dialogo che disarma la violenza.
La sposa regale dell’assoluta Povertà
Laddove il consumismo odierno riduce l'uomo alla somma dei suoi averi e addita i poveri, molto spesso immigrati mussulmani a nemico pubblico relegandoli nei margini invisibili dello sfruttamento e dell’emarginazione, Francesco contrappone lo scandalo delle nozze mistiche con povertà, celebrata anche da Dante Alighieri:
«Ché per tal donna, giovinetto, in guerra
del padre corse, a cui la porta de la morte
nessun serra;
e dinanzi a la sua spiritual corte
et coram patre le si fece unito;
poscia di dì in dì l’amò più forte.»
(Dante, Paradiso, Canto XI, vv. 58-63)
Questo legame non è un'astrazione filosofica e nemmeno la ricerca di una miseria fine a se stessa per vivere in traquillita e lontani dallo stress della civiltà, ma la perfetta incarnazione della sequela Christi.
Lo scandalo di Sorella Morte in una società dell'eterna giovinezza
Mentre la nostra epoca nasconde la finitudine umana, mercificando il corpo e relegando la fine della vita a un tabù, Francesco canta la morte chiamandola "sorella" con parole che scardinano il nichilismo contemporaneo:
«Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare».
Come riporta la Legenda Maior di san Bonaventura da Bagnoregio, giunto all'estremo delle sue forze terrene, Francesco volle essere deposto nudo sulla nuda terra della Porziuncola, per accogliere il momento finale senza schermi e senza ipocrisie e Dante immortala questo istante supremo con versi di scarna e potente solennità:
«...quando a colui ch’a tanto ben sortillo
piacque di trarlo suso a la mercede
ch’el meritò nel suo farsi pusillo,
ai frati suoi, sì com’a giuste erede,
raccomandò la donna sua più cara,
e comandò che l’amasser a fede;
e de l’utero suo l’anima chiara
mover si volle, tornando al suo regno,
e al suo corpo non volle altra bara.»
(Paradiso, Canto XI, vv. 109-117)
Questo approccio al limite dell'umano spiazza una società smarrita di fronte all'invecchiamento e al dolore. San Giovanni Paolo II, nella lettera apostolica Salvifici Doloris, richiama l'icona delle stimmate ricevute alla Verna per ricordare come l'accettazione cristiana della debolezza fisica sia l'unica reale vittoria contro il rifiuto della sofferenza.
L'incontrarsi a Damietta: il dialogo e il netto rifiuto della violenza in nome di Dio
L'importanza teologica e filosofica del dialogo interreligioso in Francesco trova il suo culmine nel celebre e rivoluzionario episodio di Damietta del 1219. In piena quinta Crociata, mentre le armi cristiane e musulmane si scontravano nel sangue e la retorica imperante legittimava la guerra santa, il Poverello decise di superare la linea del fronte non per impugnare la spada, né per cercare una sterile assimilazione culturale, ma per testimoniare la Verità attraverso l'incontro e la pace disarmata e disarmante, incarnando il rifiuto categorico di ogni violenza perpetrata in nome di Dio. Ancora Dante sintetizza mirabilmente questo momento storico:
«E poi che, per la sete del martiro,
nella presenza del Soldan superba
predicò Cristo e li altri che ’l seguiro...»
(Paradiso, Canto XI, vv. 100-102)
Anche le Fonti Francescane ci restituiscono la drammaticità e la profondità spirituale di quel faccia a faccia con il sultano d'Egitto, al-Malik al-Kamil:
«Il sultano gli chiese da chi e a qual fine fossero stati inviati, e come fossero giunti là. Francesco, il servo di Dio, con cuore intrepido rispose che egli era stato inviato non da uomini, ma da Dio altissimo, per mostrare a lui e al suo popolo la via della salvezza e annunciare il Vangelo della verità. E predicò al sultano il Dio trino e uno e il Salvatore di tutti, Gesù Cristo, con tanta fermezza, con tanta forza e tanto fervore di spirito, da far vedere chiaramente che si compiva felicemente in lui la promessa del Vangelo: "Io vi darò un linguaggio e una sapienza a cui nessun vostro avversario potrà resistere o contraddire". Il sultano, infatti, vedendo l'ammirabile fervore di spirito e la costanza del servo di Dio, lo ascoltò volentieri e lo pregò caldamente di rimanere presso di lui.»
Francesco non fa propaganda bellica; nella Regola non bollata (Capitolo XVI), raccomanda ai suoi frati che vanno tra gli infedeli:
«...che non facciano liti né dispute, ma siano soggetti a ogni creatura umana per amore di Dio e confessare di essere cristiani».
È la nascita di una teologia dell'ospitalità e del rispetto della libertà religiosa dell'altro, opposta alla logica della sopraffazione, e questo rifiuto della violenza sacrale è la pietra angolare su cui san Giovanni Paolo II ha fondato lo "Spirito di Assisi" nelle storiche giornate di preghiera per la pace a partire dal 1986, una linea riaffermata con forza dal Concilio Vaticano II nella dichiarazione Dignitatis Humanae, che sancisce l'immunità dalla coercizione in materia religiosa, e nel Documento sulla Fratellanza Umana firmato ad Abu Dhabi da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar, che dichiara solennemente:
«Le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue».
Un lascito per il nostro tempo
Celebrare gli ottocento anni del Transito non significa dunque indugiare in nostalgici storicismi o in rassicuranti celebrazioni, ad otto secoli di distanza, l'ombra del Santo della Porziuncola si allunga sulle nostre contraddizioni quotidiane: Francesco d'Assisi non consola le nostre coscienze, le interroga profondamente costringendoci a guardare negli occhi gli ultimi che preferiremmo ignorare, a fare i conti con la nostra fragilità esistenziale, a rifiutare ogni strumentalizzazione ideologica della fede e a edificare una convivenza civile radicata sulla pace autentica, e non sul fragile equilibrio dei conflitti mondani.
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