Il diritto di uccidere: la pena di morte tra spettacolo del potere e fallimento dello Stato

Pubblicato il 2 ottobre 2026 alle ore 12:55

Ieri la cronaca d’oltreoceano ha riportato il caso di Christa Pike — la donna condannata a morte sopravvissuta a due tentativi di esecuzione nel Tennesse, ma rimasta in condizioni ormai gravissime per la quale anche l'appello di Papa Leone e del Vaticano erano rimasti inascoltati. È l’ennesimo caso che squarcia il velo di ipocrisia che avvolge la giustizia americana, non si tratta di un semplice errore tecnico, la pena di morte è una barbarie legalizzata ed autorizzata dallo Stato, un rituale cieco che confonde la giustizia con l'eliminazione fisica del colpevole, l'orrore tecno-scientifico della camera della morte trasforma l'atto supremo del punire in una catena di montaggio disumanizzante. Albert Camus nelle sue Riflessioni sulla ghigliottina argomenta che

«La pena capitale non preserva l'ordine sociale, lo degrada. Essa risponde a un omicidio con un omicidio calcolato, aggiungendo alla violenza originaria una seconda violenza, commessa a sangue freddo e in nome della legge.»

La burocrazia del patibolo e la rimozione della fragilità Sociale

C’è un dato drammatico che nessuno vuole vedere: nella stragrande maggioranza dei casi, a finire sul patibolo sono soggetti certamente pericolosi, autori di crimini efferati, ma al contempo profondamente fragili che hanno alle spalle storie di abusi infantili devastanti e di disturbi psichiatrici severi; la marginalità sociale e la subalternità economica caratterizzano quasi sempre le biografie di chi attende il boia,  si tratta di esistenze spezzate davanti alle quali le istituzioni degli Stati che applicano la pena capitale dovrebbero attivare una seria operazione di recupero, cura e rieducazione perché il fine della pena non può essere la distruzione del colpevole, ma la sua rigenerazione morale e sociale. Al contrario però, agli Stati Uniti questa prospettiva non è mai piaciuta, la dottrina politica conservatrice del law and order  preferisce strumentalizzare il patibolo a fini propagandistici, riducendo la giustizia a un mero esercizio di forza dove l'eliminazione fisica dell'irrecuperabile sembra necessaria per giustificare una totale cecità istituzionale nei confronti della complessità psicologica e sociale del colpevole, optando per una sbrigativa e violenta catarsi della morte di Stato piuttosto che  accollarsi l'onere civile della riabilitazione.

L'illuminismo giuridico di Cesare Beccaria

Per comprendere l'aberrazione logica della pena capitale, è imprescindibile tornare alle fondamenta della modernità giuridica poste da Cesare Beccaria nel suo fondamentale trattato Dei delitti e delle pene (1764). Beccaria non si limita a una critica emotiva del patibolo, ma ne demolisce la legittimità attraverso due argomenti stringenti: l'incompatibilità contrattualistica e l'inefficacia deterrente. Qual è il fondamento del diritto di punire? Se lo Stato nasce da un contratto sociale in cui i singoli cedono una porzione della propria libertà per garantire la sicurezza comune, com'è possibile che in quella minima porzione sia incluso il diritto di privarli della vita stessa?

«Chi è mai colui che abbia voluto lasciare ad altri uomini l'arbitrio di ucciderlo? Come mai nel minimo sacrificio della libertà di ciascuno vi può essere quello del massimo di tutti i beni, la vita?»

Uccidendo il cittadino, lo Stato non applica la legge, ma dichiara guerra alla stessa legge, retrocedendo dallo stato civile allo stato di natura primordiale codificato dal celebre motto latino Homo omini lupus attraverso il quale Thomas Hobbes giustificava il ricorso alla pena capitale che si configura così come «un assassinio pubblico», un atto di ostilità che distrugge il patto sociale anziché difenderlo. Sempre Beccaria afferma che non è la brutalità della pena a colpire l'animo umano, bensì la sua estensione e la certezza della sua applicazione:

«Non è il terribile ma passeggero spettacolo della morte di uno scellerato, ma il lungo e stentato esempio di un uomo privo di libertà, che [...] serve di freno ai delitti.»

La morte del reo è uno spettacolo passeggero che rischia di generare compassione nel pubblico o, peggio, di assuefare i cittadini alla vista del sangue, legittimando implicitamente la violenza, se l'istituzione statale sorge per proteggere i diritti inalienabili, tra cui la vita è il presupposto supremo, l'introduzione della morte di Stato trasforma il sovrano da custode a potenziale carnefice mentre il ricorso alla violenza legittima si rovescia nel suo opposto: una minaccia per il cittadino stesso.

Il biopotere di Michel Foucault e la teologia politica di Derrida

Questo accanimento securitario trova una perfetta chiave di lettura nel pensiero di Michel Foucault che in Sorvegliare e punire decostruisce il passaggio dai supplizi pubblici alle moderne discipline carcerarie, mostrando come la punizione statale sia sempre una declinazione del potere sui corpi, quando lo Stato uccide, attiva una forma estrema di biopotere: non potendo governare la complessità della devianza attraverso l'inclusione, esercita il sovrano diritto di «far morire e lasciar vivere». La strumentalizzazione giustizialista e politica della pena di morte riduce la vita umana a un macabro spot elettorale e a uno strumento di rassicurazione collettiva legato, secondo Jacques Derrida, ad una matrice teologico-politica: lo Stato che si arroga il diritto di stabilire il momento esatto della morte di un individuo usurpa una prerogativa divina, il boia non compie un semplice atto giuridico, ma officia una liturgia sacrale in cui il potere sovrano riafferma la propria assoluta trascendenza sul cittadino in cui il capo di stato assume spesso il falso profilo del Messia/giustiziere, ribaltando completamente la logica biblica del Cristo che si fa vicino agli ultimi. La soluzione allora è decostruire la pena di morte, sottrarre all’omicidio di Stato la dimensione metafisica del sovranismo. Secondo Emmanuel Levinas l'incontro con il Volto dell'altro è un'esperienza epifanica che precede qualsiasi legge codificata perché nel Volto dell'altro, persino in quello del criminale più abietto, è inscritto l'imperativo etico originario: «Tu non ucciderai», e la pena di morte, coprendo il volto del condannato, compie una sistematica operazione di cecità morale in cui lo Stato cancella l'alterità del colpevole per poterlo sopprimere senza colpa, fallendo nel riconoscerlo come un "altri" interpellante.

Dalla propensione alla violenza al sadismo spettacolare

La società statunitense è storicamente attraversata da una religione civile che funge da base teoretica ad una spiccata propensione alla violenza, una pulsione securitaria che oggi, sotto l'egida  dell’ideologia sovranistra trumpiana, si manifesta in forme ancora più evidenti alimentate dalla celebrazione delle armi, dalla polarizzazione sociale e dalla retorica del nemico da stanare e annientare, ma questa sete di capri espiatori ha radici antiche, il prossimo anno ricorrerà il centenario dell'esecuzione di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, i due anarchici italiani giustiziati il 23 agosto 1927 a Boston dopo un processo farsa guidato dal pregiudizio xenofobo. Cent'anni dopo, il meccanismo sacrificale della macchina statale americana rimane identico e le parole di Bartolomeo Vanzetti nella sua celebre lettera d'addio risuonano ancora oggi:

«Se non fosse per queste cose, io potrei essere morto come un ignorante, un fallito, un uomo qualunque. [...] Mai in tutta la nostra vita avremmo potuto sperare di fare così tanto lavoro per la tolleranza, per la giustizia, per la mutua comprensione degli uomini, come adesso facciamo per caso.»

Ma la regressione morale purtroppo travalica i confini americani assumendo contorni grotteschi anche nello scacchiere mediorientale. Qualche tempo fa il ministro della Sicurezza Nazionale israeliano di estrema destra, Itamar Ben-Gvir, ha orgogliosamente mostrato in un video il cantiere allestito per la costruzione di un vero e proprio patibolo per le impiccagioni dotato di cabine d'osservazione e palchi riservati affinché i familiari delle vittime del terrorismo possano assistere in diretta alla morte dei condannati, citando esplicitamente non solo il modello statunitense, ma anche quello delle monarchi teocratiche islamiche dove le esecuzione avvengono in pubblico!

L'appello di Caino e di Amnesty International e lo stallo della moratoria internazionale

In questo panorama desolante, la trincea del diritto è difesa da realtà storiche come le associazioni Nessuno tocchi Caino e Amnesty international.  Il nome stesso di Nessuno tocchi Caino evoca la Genesi biblica: persino sul primo degli assassini deve stendersi la protezione della legge, affinché la giustizia non si abbassi al livello del delitto e queste due associazioni sono l'anima pulsante che ha condotto l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ad approvare la storica Moratoria universale delle esecuzioni capitali nel 2007, tuttavia, nel panorama geopolitico contemporaneo, il cammino verso l'abolizione globale sembra pericolosamente insabbiato, e molti Stati mantenitori continuano a ignorare le risoluzioni ONU, arroccandosi dietro la retorica della sovranità nazionale per perpetuare il boia, ma finché lo Stato si riserverà il diritto di uccidere in nome dei cittadini, nessuna società potrà dirsi autenticamente civile. L'errore risiede nell'idea stessa della pena di morte che rigetta l’idea di disarmare la mano violenta della legge per restituire alla giustizia il suo unico fine legittimo: la difesa della vita e la dignità intrinseca di ogni essere umano.

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